Cinque cose sulle elezioni britanniche

La sconfitta durissima di Ed Miliband non è certo stata causata dalle gaffe in campagna elettorale, che pure ci sono state, la peggiore sicuramente quella della stele di pietra con i punti del programma, veramente imbarazzante. Però – va detto – dell’ormai ex leader del Labour è stato fatto spesso un ritratto troppo caricaturale.

La frase più letta in questi giorni è sicuramente “nel 2010 è stato eletto il Miliband sbagliato, David avrebbe vinto facilmente queste elezioni”. A cinque anni dall’inizio della ormai arcinota faida familiare, sembra proprio che sia così. Aggiornare, modificare in funzione di una realtà ormai cambiata il messaggio del New Labour sarebbe stato sicuramente doveroso, ma non era quello che voleva fare Ed, che non è riuscito a fare pace con l’eredità dell’ingombrante “Uncle Tony”, fino al punto in cui dei molti successi di quell’epoca (vincente) non è stato rivendicato più nulla. Miliband voleva una rivoluzione politica, voleva sbarazzarsi di 25 anni di consenso unanime sulla convinzione che solo spostandosi al centro il Labour è capace di vincere le elezioni. Ma ha chiuso la sua carriera da leader così come l’aveva iniziata, difendendosi dalle accuse di essere un radicale estremista. Non aveva sempre torto quando attaccava i Tories sulle loro timidezze – diciamo così – nel combattere le disuaglianze. Lo ha fatto efficacemente anche negli ultimi giorni di campagna elettorale, costringendo Cameron a esporsi nel difendere le non-dom exemtpions, un vero privilegio per ricchi. Ma la voglia di autoflagellarsi per le scelte dei passati governi laburisti è stata decisamente eccessiva. Basta pensare alla guerra in Iraq, per la quale secondo alcuni il Labour post 2010 poteva tornare a vincere solo trattando Blair come un traditore della causa. Fu votata anche dai Conservatori, che non sembra abbiano problemi a fare il pieno di consensi.

Ed Miliband e il suo braccio destro economico Ed Balls non sono mai riusciti a recuperare nei sondaggi sulla credibilità economica, spesso anche a causa di notevoli casini organizzativi, come quando Miliband dimenticò di parlare del deficit nel disastroso discorso a braccio della party conference del 2014. Anche l’opposizione a Westminster è stata spesso vaga: poche proposte concrete, tanti discorsi roboanti che non arrivavano molto al pubblico. Altra cosa da ricordare: l’ex leader del Labour, molti esponenti del suo ormai disciolto Shadow Cabinet e tutta la cerchia dei loro consiglieri più influenti sono sempre stati dei policy wonk, super-secchioni, cresciuti nei think tank dove sono entrati da giovanissimi. Purtroppo hanno sempre e solo ragionato come dei policy wonk. Un esempio? La celebre (solo per gli addetti ai lavori) “predistribution”, uno dei concetti-chiave del programma di Miliband, perfetto per un saggio su Policy Network, misteriosissimo per gli elettori.

Come ha fatto Cameron a stravincere così? Governando piuttosto bene, prima di tutto, come dimostrano gli indicatori sull’economia britannica, che non va per niente male. Poi ha fatto una buona campagna elettorale, rischiando poco, ma con alcune ottime intuizioni strategiche. Negli ultimi giorni si è concentrato quasi ossessivamente su alcuni seggi che un tempo erano considerati sicuri per i Lib- Dem, spiazzando gli osservatori che non capivano perché Cameron non si facesse vedere di più nei seggi marginali che poteva strappare al Labour. Risultato: i Conservatori hanno prosciugato gli ex alleati Lib-Dem, già indeboliti da cinque anni di coalizione considerata un tradimento da molti loro elettori. E hanno fatto il pieno anche di seggi in arrivo dal partito di Miliband. Cameron è stato bravo anche a sfruttare la paura di una coalizione tra Laburisti e indipendentisti scozzesi. Il boom dello Snp lo ha provocato un po’ anche lui, concedendo il referendum che ha rafforzato il partito indipendentista in maniera inaspettata, dopo la sconfitta del No a settembre. E ne ha beneficiato due volte: Peter Mandelson ha probabilmente ragione quando parla di un Labour devastato da due nazionalismi: quello scozzese a Nord, quello inglese al Sud.

Il disastro in Scozia non vuol dire che il Labour era troppo poco a sinistra. Nessuno un anno fa avrebbe potuto prevedere che agli indipendentisti sarebbero andati quasi tutti i 59 seggi assegnati a Nord, e che il Labour avrebbe perso così tragicamente la sua storica heartland, anche se Cameron è andato così bene che avrebbe vinto anche se i laburisti avessero confermato i seggi scozzesi ottenuti nel 2010. Quello della Scozia sembra il dilemma perfetto per il Labour che verrà, visto che Miliband ha perso da sinsitra a Nord, e da destra nel resto della Gran Bretagna. In realtà, come mi aveva spiegato qui Nicola McEwen, una dei migliori esperti di politica scozzese, il Labour per andare meglio a Nord avrebbe dovuto semplicemente prendere sul serio la questione scozzese. Prima – con leader locali come Gordon Brown – era più facile, ma Ed Miliband ha commesso degli errori tattici notevoli. La scelta di fare una campagna per il No all’indipendenza al fianco dei Conservatori, usando dei toni molto negativi, ad esempio, ha disgustato molti simpatizzanti laburisti scozzesi. Che alle urne si sono fatti sentire. Anche in Scozia, il Labour farebbe bene a cambiare cose anche più immediate del posizionamento politico. Pensare di riprendersi le decine di seggi perduti con la stessa classe di super-professionisti della politica, impegnati 365 giorni all’anno a Westminster, e percepiti come burocrati lontanissimi dai loro seggi sarebbe folle. Il caso di Douglas Alexander, sconfitto – come ormai tutti sanno – nel suo seggio da una ventenne dello Snp rimane come monito.

Chi dice che l’Ukip è destinato a scomparire si sbaglia. Hanno ottenuto un buon risultato come voti percentuali a livello nazionale, il 13%, e sono il terzo partito. Nelle lotta per aggiudicarsi le constituencies sono andati male, eleggendo solo un rappresentante a Westminster, e come si sa persino Nigel Farage è rimasto fuori dal parlamento, dimettendosi (momentaneamente?)  dalla guida del partito come aveva promesso di fare in caso di risultato simile. Non bisogna però fare l’errore di considerarli sulla via dell’oblio, magari facendo un paragone con l’irrilevanza politica in Italia dei grillini, loro alleati europei. E’ vero, finché ci sono alternative di governo che funzionano i populisti (di destra e di sinistra) non sfondano affatto, e l’Ukip può avere ormai alle spalle il suo momento magico, ma basta osservare i loro risultati sorprendenti in molti seggi sicuri dei Laburisti nel Nord dell’Inghilterra, dove i candidati dell’Ukip sono arrivati addirittura secondi, per capire che la loro storia non è affatto finita. Il Labour – se non cambia direzione – continuerà ad avere grossi problemi con la white working class. Anche qui, il loro messaggio è confuso. Il partito di Miliband aveva scandalizzato gli ex blairiani inserendo “Controls on immigration” tra gli slogan elettorali. Ma andando oltre trovate choccanti come quella, i laburisti degli ultimi anni questa fetta di elettori e di società non l’hanno mai capita, e l’hanno anzi spesso snobbata apertamente. Lo dimostrava – già mesi fa – il caso di Emily Thornberry, ministra dello Shadow Cabinet costretta a dimettersi per aver postato su Twitter – come presa in giro – la casa di un elettore di Rochester, drappeggiata di bandiere inglesi, con un emblematico white van parcheggiato nel cortile. Come dire: elettore bianco medio, quanto sei coatto. Roba da pazzi.

Ha vinto l’unica opzione politica capace di tenere in piedi il sistema. Dopo sei mesi di discorsi sulla possibilità di avere un altro hung parliament, o una coalizione trai laburisti e un partito che vuole distruggere l’unità della Gran Bretagna, e tutti i discorsi sulla possibilità di tornare a votare dopo soli sei mesi (come nel 1974), magari dopo un minority government guidato da Miliband, i britannici sono stati invece capaci di far vincere la stabilità. Sembrava impossibile anche una semplice conferma del vecchio governo di coalizione, è arrivata invece una discreta maggioranza formata da un solo partito, quello Conservatore, che riesce anche ad aumentare i suoi seggi. Il Labour – ormai lontano dagli anni di governo, impegnato in una rivoluzione intellettuale troppo complicata, e sospettato di voler fare un’alleanza con un partito estremista – non è stato giudicato capace di garantire nessun tipo di stabilità. E probabilmente era proprio così. Serve una migliore dimostrazione della saggezza degli elettori, tante volte messa in discussione dalle nostre parti? Credo di no.