Fassina conferma la linea di What is Left

Non penso che Fassina legga questo blogghettino (se dovesse capitare, probabilmente lo troverebbe particolarmente bbrutto ), sta di fatto che con la sua intervista al Messaggero di oggi, il Responsabile economico del Pd ha confermato al cento per cento ciò che avevo scritto qui su Bersani e il suo modo di affrontare la questione delle primarie. Così scrivevo:

la sensazione è che sia stata scelta una via di mezzo, cioè aprire, sì,  le primarie ad altri (Renzi in primis) ma solo dopo aver potuto raggiungere un certo vantaggio organizzativo nella competizione. E, probabilmente, dopo aver chiuso molte partite in termini di alleanze. La sfida per il potere è spesso un gioco duro e una faccenda in cui si sferrano spesso molti colpi bassi. Di solito, però, tutto questo avviene nel contesto di una competizione le cui regole sono certe, eque, e soprattutto definite in tempo utile, per tutti.

Così invece Fassina sul Messaggero, rispondendo ad una domanda sulla prossima Assemblea Pd, sabato prossimo:

Il Segretario parlerà al paese, più che al ceto politico, comincerà a delineare la carta d’intenti per la sua candidatura a Palazzo Chigi.

Il che, intendiamoci, è assolutamente normale, anzi bene fa Bersani ad affrettarsi a spiegare per quale idea di Paese vuole candidarsi. Solo che, piccolo problema, si era parlato di primarie aperte, nessuno ha mai escluso la possibilità per altri candidati Pd di partecipare. Allora cosa si aspetta a fissare regole certe, dando modo a tutti di scrivere da ora le proprie “carte d’intenti”, non solo a Bersani? Forse che l’Assemblea Nazionale è al servizio esclusivo del Segretario? O magari non si è ancora deciso di aprirle davvero a tutti, queste benedette primarie?

Puglia, cercasi riformismo

Qualcosa si muove in Puglia, dopo la crisi della Primavera Pugliese e l’appannamento delle leadership carismatiche di Vendola e Emiliano. Meglio: dopo una presa di coscienza collettiva sull’impossibilità di affidare il futuro del centrosinistra regionale ad una riproposizione dello schema dell’uomo solo al comando utilizzato per i successi elettorali arrivati dal 2004 in poi. Si muovono i partiti, che questa volta non intendono essere messi in disparte, resi superflui da personalità carismatiche intenzionate a cercare il rapporto diretto con gli elettori senza nessuna mediazione. E si muovono anche i leader, che non accettano il “cambio di paradigma” e anzi cercano nuove formule per aggregare il consenso intorno a loro. Senza passare dai partiti, ovviamente. Che però stavolta non si danno per vinti: nei giorni scorsi sono iniziate le consultazioni per gli Stati Generali del centrosinistra pugliese, c’è già una bozza e c’è un primo appuntamento, il prossimo 12 luglio, nella sede del Pd regionale. E i leader? Con un Vendola ormai quasi a fine mandato e proiettato sullo scenario nazionale, anche se ultimamente in netta difficoltà (che ne è stato della sua partecipazione alle primarie, sbandierata per due anni e ora prudentemente parcheggiata?) rimane il solo Emiliano. Che proprio oggi inizia un ennesimo percorso per “andare oltre i partiti”, con una convention delle liste civiche pugliesi. Da segnalare l’assenza del Presidente della Provincia di Bari, Schittulli, (e del suo mini partito personale), dopo un’azione di corteggiamento che invece sembrava destinata a buon fine. E’ evidente che questi due appuntamenti (gli Stati Generali e il percorso di Emiliano) sono in concorrenza tra loro e culturalmente agli antipodi. Basta leggere l’incipit della bozza introduttiva degli Stati Generali:

Siamo in mezzo al guado. La politica neoliberista egemone da oltre un trentennio vacilla sotto i colpi della crisi economica e sociale. La sua versione carnevalesca, sperimentata in Italia, esce a pezzi dall’ultimo test elettorale amministrativo e da tutti i sondaggi. Tuttavia, appare evidente che la piazza lasciata vacante da questa idea di mondo non è ancora stata occupata da una visione alternativa, altrettanto solida. “Il vecchio non può più, il nuovo non può ancora”. Le forze del centrosinistra trattengono, al meglio, il proprio elettorato ma non sfondano nel profondo del paese.

Siamo lontani, molto lontani, dal tentativo del Sindaco di Bari di andare oltre gli steccati ideologici, mettendo insieme sinistra, centro e destra (senza rinunciare a dosi di antagonismo in chiave un po’ populista). I partiti del centrosinistra pugliese partono da una chiara lettura ideologica, molto a sinistra: la condanna ferma del “neoliberismo” e l’esigenza di gettare le basi di una cultura politica davvero alternativa. C’è un’intenzione sicuramente apprezzabile di tornare a declinare la politica come “noi” e non come “io”, c’è la volontà di gettare un ponte tra partiti e società civile ma la sensazione è che i partiti siano appesantiti da una notevole zavorra ideologica. Che certo non li avvantaggia nella ricerca di un percorso alternativo alternativo al leaderismo, vista la facilità con cui le personalità carismatiche si rivolgono agli elettori “moderati” e ai ceti produttivi (fin troppa facilità, a volte, nel secondo caso). Quanto è credibile, nel Sud arretrato ed ammalato di clientelismo, una coalizione che parte dalla condanna del bieco neoliberismo? Non farebbe sorridere una proposta del genere se arrivasse nella Sicilia di Lombardo? Forse che la Puglia è distante anni luce da quelle realtà? Personalmente credo di no. Ma probabilmente qualcuno risponderebbe addebitando al liberismo anche le nostre penose condizioni attuali.

E’ evidente che tra questi due estremi c’è spazio per proposte alternative. Del percorso del centrosinistra pugliese va preso il buono, cioè la volontà di tornare a forme davvero democratiche di costruzione politica. E’ chiaro però che i partiti non vanno lontano, quando scelgono la nostalgia ideologica penalizzando il pragmatismo. Una proposta riformista, declinata all’interno dei partiti, potrebbe far fare alla Puglia quel salto in avanti definitivo che tutti auspicano. Cercare di immaginare una Puglia moderna, che sceglie lo sviluppo senza  paure, (anche se senza dimenticare la sostenibilità) e lo sceglie proprio perché nella nostra regione molte fasce di popolazione soffrono ancora la povertà  sarebbe anche un modo per togliere spazio alle avventure di puro leaderismo. I partiti sono il mezzo, non sono il fine. E se non “sfondano nel paese” (così come si ammette nella nota), vuol dire che stanno sbagliando qualcosa. Forse è la nostalgia che spesso li rende asfittici. Avanti con le proposte riformiste, quindi: le personalità non mancherebbero, il coraggio forse a volte sì. Si è ancora in tempo per evitare di finire in braccio a leadership incontrastabili, così come per non rifugiarsi in una stanca riproposizione della coalizione che ha sostenuto Vendola, partiti comunisti compresi.

L’incredibile parzialità di Travaglio sui fatti della Diaz

Si è discusso spesso, negli ultimi tempi, di Marco Travaglio e del suo modo di fare giornalismo. Meglio, di un aspetto particolare del suo lavoro, e cioè la totale parzialità quando si tratta di dare giudizi politici. Cosa nota già da tempo a chi ha imparato a non cadere nelle trappole del vate del giustizialismo, e che è diventata penosamente evidente a tutti dopo la famosa intervista in ginocchio a Grillo, qualche settimana fa. Del resto è stato lo stesso Travaglio, dopo quella ormai celebre intervista, a confessare la sua assoluta parzialità quando si tratta di politica, con un candore che ha lasciato di stucco anche chi, rassegnato, da un bel po’ non si aspetta niente di buono, da lui.

Oggi registriamo un altro caso di realtà deformata dalle lenti ideologiche di Travaglio. Dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato le condanne per gli aguzzini della Diaz, dopo le scuse di Manganelli, Travaglio ha l’incredibile faccia tosta di tirare in ballo la sinistra radicale, definita, peraltro, “presunta sinistra radicale”, evidentemente perchè non abbastanza radicale per un estremista (di altro colore) come lui.

Sostiene Travaglio, dicevo, che la sinistra radicale dovrebbe chiedere scusa per quell’indulto votato con altri partiti che salvò dalla galera gli aguzzini. Siamo davanti ad uno dei casi più eclatanti di amnesia della memoria travagliesca, che di solito lavora in maniera eccellente quando si tratta di rispolverare malefatte (o presunte malefatte, spesso) dei suoi avversari politici. Travaglio, infatti, incredibilmente non spende neanche una parola per criticare Di Pietro e l’Idv, che nel 2007, come molti sanno, affossarono deliberatamente il tentativo di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del G8 (era uno dei punti del programma dell’Unione, peraltro), con l’incredibile motivazione che “non sarebbe stato giusto colpevolizzare solo le forze dell’ordine”.

Ancora una volta, dunque, al lettore di Travaglio viene propinata una realtà debitamente modificata secondo convenienza. Gli amici politici (come Di Pietro,  o Grillo) ringraziano, evidentemente contenti per non essere mai messi in cattiva luce. I lettori smaliziati si chiedono come mai un giornalista così servile sia diventato un simbolo di indipendenza per un bel pezzo di opinione pubblica italiana.

Un paio di cose su Bersani e i giochini sulle primarie

L’immagine pubblica di Pierluigi Bersani, di solito, ha i tratti di una rassicurante bonomia, soprattutto se la si confronta con l’irruenza, volendo usare un eufemismo, di alcuni giovani dirigenti a lui vicini (“sinistri giannizzeri”, è l’efficace definizione coniata da Giuliano Da Empoli oggi sul Foglio). Eppure sulla questione delle primarie lo stesso Bersani sta sorprendentemente indossando i panni del “poliziotto cattivo”, di solito scelti da altri, in quello che a volte sembra un gioco delle parti. Il rinvio coatto di ogni chiarimento sulle primarie (inizialmente atteso per l’imminente Assemblea nazionale del Pd) è infatti un colpo di mano piuttosto brutale. Le motivazioni alla base della scelta sono chiare, così come comunicate dall’Unità (mai così partisan come in questo periodo). Bisognerà attendere che Bersani arrivi a definire la sua “proposta politica”, poi che vengano stabiliti i confini dell’alleanza (sottoscrivendo una carta d’intenti ancora tutta da decidere). Solo allora si potranno conoscere le regole della sfida per la guida della coalizione. Bersani e i suoi però trascurano (diciamo) un piccolo particolare: nel Pd c’è chi ha fretta di poter conoscere le regole del gioco per poter definire la propria, di proposta politica. A meno che non si sia deciso di fare marcia indietro totale e consentire la partecipazione ad un solo candidato Pd, così come più volte annunciato da diversi “falchi” (Bindi, Marini). Difficile che sia questa l’intenzione del Segretario, che in termini di popolarità avrebbe tutto da perdere con un ripensamento di questo tipo. Però la sensazione è che sia stata scelta una via di mezzo, cioè aprire, sì,  le primarie ad altri (Renzi in primis) ma solo dopo aver potuto raggiungere un certo vantaggio organizzativo nella competizione. E, probabilmente, dopo aver chiuso molte partite in termini di alleanze. La sfida per il potere è spesso un gioco duro e una faccenda in cui si sferrano spesso molti colpi bassi. Di solito, però, tutto questo avviene nel contesto di una competizione le cui regole sono certe, eque, e soprattutto definite in tempo utile, per tutti.

Bersani, in questo periodo, ha scelto di usare toni piuttosto sprezzanti quando gli sono stati chiesti chiarimenti sull’argomento primarie. Toni che, appunto, mal si conciliano con il suo solito equilibrio. Affermare che non è il momento di parlare di primarie, perché ci sono in ballo questioni molto più serie, è piuttosto sorprendente. Ed è proprio un modo di ridurre la sfida per la premiership ad una mera competizione tra facce: giovani contro vecchi, magari, in una personalizzazione sterile che proprio Bersani e i suoi hanno sempre detto di voler combattere. C’è ancora tempo per i ripensamenti e per gettare le basi di una sfida corretta, in cui idee diverse per affrontare le “questioni serie” di cui sopra entreranno in competizione. Idee, non solo facce, appunto. Speriamo che in molti se ne rendano conto.

La fisica secondo Repubblica

Leggendo i titoli e i pezzi dei quotidiani italiani sulla scoperta del bosone di Higgs probabilmente chi ne sa qualcosa di scienza starà provando un po’ di disagio. Il titolo sul sito di Repubblica, però, batte tutti e fa sorridere abbastanza anche chi, come il sottoscritto, di fisica ne sa davvero pochino pochino. Suvvia, ragazzi, “adesso l’universo è più stabile” è davvero un po’ troppo: il bosone l’hanno scoperto, mica creato sul momento. E prima l’universo non ballava, eh. Poi magari dalle parti di Rep è piuttosto instabile, invece, va a sapere (si scherza, eh).