L’immagine pubblica di Pierluigi Bersani, di solito, ha i tratti di una rassicurante bonomia, soprattutto se la si confronta con l’irruenza, volendo usare un eufemismo, di alcuni giovani dirigenti a lui vicini (“sinistri giannizzeri”, è l’efficace definizione coniata da Giuliano Da Empoli oggi sul Foglio). Eppure sulla questione delle primarie lo stesso Bersani sta sorprendentemente indossando i panni del “poliziotto cattivo”, di solito scelti da altri, in quello che a volte sembra un gioco delle parti. Il rinvio coatto di ogni chiarimento sulle primarie (inizialmente atteso per l’imminente Assemblea nazionale del Pd) è infatti un colpo di mano piuttosto brutale. Le motivazioni alla base della scelta sono chiare, così come comunicate dall’Unità (mai così partisan come in questo periodo). Bisognerà attendere che Bersani arrivi a definire la sua “proposta politica”, poi che vengano stabiliti i confini dell’alleanza (sottoscrivendo una carta d’intenti ancora tutta da decidere). Solo allora si potranno conoscere le regole della sfida per la guida della coalizione. Bersani e i suoi però trascurano (diciamo) un piccolo particolare: nel Pd c’è chi ha fretta di poter conoscere le regole del gioco per poter definire la propria, di proposta politica. A meno che non si sia deciso di fare marcia indietro totale e consentire la partecipazione ad un solo candidato Pd, così come più volte annunciato da diversi “falchi” (Bindi, Marini). Difficile che sia questa l’intenzione del Segretario, che in termini di popolarità avrebbe tutto da perdere con un ripensamento di questo tipo. Però la sensazione è che sia stata scelta una via di mezzo, cioè aprire, sì, le primarie ad altri (Renzi in primis) ma solo dopo aver potuto raggiungere un certo vantaggio organizzativo nella competizione. E, probabilmente, dopo aver chiuso molte partite in termini di alleanze. La sfida per il potere è spesso un gioco duro e una faccenda in cui si sferrano spesso molti colpi bassi. Di solito, però, tutto questo avviene nel contesto di una competizione le cui regole sono certe, eque, e soprattutto definite in tempo utile, per tutti.
Bersani, in questo periodo, ha scelto di usare toni piuttosto sprezzanti quando gli sono stati chiesti chiarimenti sull’argomento primarie. Toni che, appunto, mal si conciliano con il suo solito equilibrio. Affermare che non è il momento di parlare di primarie, perché ci sono in ballo questioni molto più serie, è piuttosto sorprendente. Ed è proprio un modo di ridurre la sfida per la premiership ad una mera competizione tra facce: giovani contro vecchi, magari, in una personalizzazione sterile che proprio Bersani e i suoi hanno sempre detto di voler combattere. C’è ancora tempo per i ripensamenti e per gettare le basi di una sfida corretta, in cui idee diverse per affrontare le “questioni serie” di cui sopra entreranno in competizione. Idee, non solo facce, appunto. Speriamo che in molti se ne rendano conto.

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