Enrico Berlinguer, un genitore ingombrante e mai messo in discussione

Oggi sono ventotto anni che Enrico Berlinguer non c’è più, ma l’affetto per la sua figura e il rimpianto per la sua scomparsa sono ancora evidenti. Si avverte ancora la presenza di un legame fortissimo con la figura di Berlinguer, di una connessione sentimentale che non accenna a diminuire e che non ha eguali nella storia della sinistra italiana.

Mi è capitato spesso di chiedermi il perché di tutto questo, anche se alcune ragioni di quello che sembra quasi un culto sono chiare a tutti: è evidente che tanta parte di quell’affetto è dovuta all’umanità di Berlinguer, alla sua figura severa e dolce allo stesso tempo, alla sua riservatezza non altera ma gentile. Ma non basta certo l’umanità a spiegare l’enorme popolarità di cui ha goduto e gode ancora Berlinguer (quanto spesso capita di leggere o ascoltare un “ci sarebbe ancora bisogno di Berlinguer”). E’ chiaro quindi che questo profondissimo legame affettivo ha anche molto a che fare con l’azione politica del leader comunista.

Ed è proprio qui che, appaiono delle contraddizioni che è bene approfondire, perché dicono molto su ciò che siamo oggi, su quello che la sinistra italiana riesce (o non riesce) ad essere. Il bilancio politico del Berlinguer segretario del Pci fu assolutamente fallimentare: nella sua azione, come tutti sanno, si possono riconoscere due fasi. La prima, quella della ricerca del “compromesso storico” con la Dc, e la seconda, arrivata dopo la fine tragica della stagione del compromesso (dopo l’assassinio di Moro), e segnata da una fase di “splendido isolamento” del Partito Comunista Italiano.

Non ho certo l’autorità (né lo spazio) per tracciare in un post un giudizio storico approfondito su Berlinguer (mi limito a consigliare la lettura del saggio a lui dedicato da Miriam Mafai). Ma la natura del suo fallimento dovrebbe essere, credo, chiara a tutti: rifiutandosi di portare fino alle logiche conseguenze l’evoluzione della sinistra italiana, contestando in modo durissimo chi (come Napolitano) chiedeva l’ovvio rifiuto del comunismo in favore  della socialdemocrazia, Berlinguer è stato uno splendido frenatore della modernità. E proprio nel rifiuto di quella modernità e nella critica senza appello al capitalismo (assurda per un paese Occidentale, e inconcepibile se si pensa che lo stesso Berlinguer dichiarava comunque fallito il modello sovietico) cercò prima l’alleanza con i democristiani, provando a creare un blocco conservatore in grado di frenare le spinte modernizzatrici. Poi, con il fallimento di quella strategia, si rifugiò in un isolamento sterile e quasi settario: una fase iniziata col famoso discorso sulla “questione morale” che incredibilmente oggi molti si affannano a considerare “d’attualità”, senza considerare quanto invece fosse una inversione spericolata e incoerente. Berlinguer denunciava con fermezza lo stesso sistema con cui aveva cercato ossessivamente la convergenza fino a pochissimo tempo prima.

Perché una tale incoerenza è stata sempre premiata dalla popolarità, nel passato, ed ancora oggi? Perché Berlinguer incarnava il mito della purezza assoluta, di un’adesione così piena e totale all’ideologia che, certo, non diventava odioso fondamentalismo, ma creava una sospensione quasi ipnotica del giudizio sulla realtà. Malgrado tutte le evidenze del suo fallimento come ideologia politica, grazie a Berlinguer il comunismo in Italia è riuscito a sopravvivere fino agli anni Ottanta inoltrati: mentre tutto il mondo occidentale sperimentava un’ubriacatura di modernità, il nostro paese era ancora fermo ad un’ideologia arcaica.

L’eredità di Berlinguer non è mai stata messa davvero in discussione: gli attuali leader del Partito Democratico sono cresciuti nel suo mito, e Bersani non fa mistero di avere come bussola ideologica l’esperienza del leader comunista. Quella stessa adorazione arriva, spesso per apprendimento diretto, anche trai più giovani: tra loro Berlinguer gode di una popolarità davvero sorprendente. Sembra un bene, agli occhi di molti, ma non lo è:   perché vivere nell’adorazione di miti del passato non fa mai bene, e costringe a fare i conti con presenze ingombranti, con tutti i loro errori ed anacronismi. Nella generazione successiva a quella di Berlinguer, quasi nessun leader del centrosinistra (forse solo Piero Fassino, in passato) ha avuto il coraggio di spiegare perché quella storia sia stata un fallimento pieno e totale. Non facendolo, i Bersani e anche i Veltroni e i D’Alema hanno scelto, in qualche modo, di proseguire nel solco del leader comunista. E Bersani, appunto, lo dichiara esplicitamente, nel suo progetto di alleanza dei progressisti per poi “fare una proposta ai moderati”.

Quasi nessuno dei “figli” è mai riuscito ad emanciparsi dal legame soffocante con questo genitore adorato e ingombrante: l’unico vero, storico leader del centrosinistra consapevole degli errori di quella stagione è proprio colui che ha passato decenni a cercare di correggerli, quasi da solo, e cioè Giorgio Napolitano. Dai suoi insegnamenti e dal suo esempio la sinistra italiana dovrebbe cercare di trovare spunti e visioni, più che dall’adorazione acritica (senza voler mettere in dubbio la necessità di ricordare e anche di provare affetto) di un’esperienza consolatoria e fallimentare. I figli di Berlinguer sono sempre stati, per ragioni dinastiche, impossibilitati a farlo. Ma, come la storia ci insegna, nessuna dinastia è eterna, e nessuna strada è tracciata per sempre.

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2 risposte a Enrico Berlinguer, un genitore ingombrante e mai messo in discussione

  1. non ho mai letto così tante fesserie in così poche righe

  2. ClioPedone scrive:

    “Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 Berlinguer decise di inchiodare il suo partito al passato: «Recidere le nostre radici pensando di fiorire meglio sarebbe il gesto suicida di un idiota» – disse, facendosi carico personalmente della crisi del comunismo italiano, che visse drammaticamente fino alla sua morte. «Noi siamo comunisti, lei lo dimentica. Lo siamo con originalità e peculiarità, distinguendoci da tutti gli altri partiti comunisti: ma comunisti siamo, comunisti restiamo. Siamo nati e viviamo per combattere il capitalismo, cancellarlo, lei non può portarmi a ragionare non dico come Brzezinski ma come un liberal americano. O come un socialdemocratico tedesco o come un laburista inglese. Anche se in me vi sono alcuni punti di contatto coi liberals e coi socialdemocratici e coi laburisti; ripeto: rimango un comunista» – rispose il leader del pci alle provocazioni di Oriana Fallaci”. (dal mio libro ‘L’uomo che guardò oltre il muro. La politica estera di Francesco Cossiga” – Clio Pedone)

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