Pare che nel centrosinistra sia diventata improvvisamente di moda la separazione delle carriere: di premier e segretario del partito. Il primo a parlarne era stato Fabrizio Barca, qualche settimana fa. Poi, dopo la formazione del governo di coalizione col Pdl, nel Partito Democratico questa idea (non certo all’avanguardia) sembra diventata una sorta di quadratura del cerchio. Pare proprio che il prossimo 11 maggio, quando l’Assemblea del Pd dovrà nominare il sostituto temporaneo di Bersani, sarà modificato lo statuto del Pd delle origini (quello veltroniano), che prevedeva la coincidenza tra le figure di segretario e candidato premier.
Il Pd era già dovuto ricorrere a una delega dello statuto: altrimenti Renzi non avrebbe potuto candidarsi alle primarie, e Bersani sarebbe stato nominato automaticamente candidato premier. Ora la deroga sta per diventare, così sembra, una nuova regola.
La sinistra interna del Pd è entusiasta: sta per nominare un suo esponente alla guida del partito, per riequilibrare la presenza di Letta. In una logica che ancora non riesce a superare l’ormai vetusta divisione tra ex Dc ed ex Pci. Con un segretario che non dovrà fare il candidato premier, qualcuno chiede anche l’abolizione delle primarie: dovranno essere solo gli iscritti a scegliere il leader del partito. Sembra evidente quindi che diversi esponenti del Pd vedono in questa possibilità il coronamento del sogno di “chiusura del recinto”. Tornare a un partito identitario, per pochi, come si usava diversi anni fa.
Anche Renzi è interessato alla soluzione. Di fare il segretario non ha nessuna voglia, ha ripetuto in questi giorni. E il partito non gli interessa. La sinistra interna vede invece la possibilità di prendere saldamente il controllo proprio del partito. Il governo, nella scala delle priorità, per loro viene dopo. Molto dopo. E questo si può dire che si era ampiamente intuito.
Andrà probabilmente così, quindi. E oggi solo poche voci, ormai quasi inascoltate (Veltroni, Tonini) hanno detto che è un gigantesco errore. Hanno ragione.
Perché sia Renzi che i suoi avversari interni non hanno capito nulla.
Ciascuno preso dalle sue priorità e dai propri interessi di bottega, (fare il candidato premier, ridisegnare un partito a propria immagine e somiglianza) stanno stravolgendo un progetto politico, il Pd, che era stato l’unica novità della politica italiana degli ultimi anni. Solo che la fine precipitosa proprio di Veltroni, e l’avvento dei restauratori (Bersani) ne hanno subito tarpato il potenziale. Il confronto Renzi-Bersani sembra roba di un secolo fa. Eppure già si intravedevano i rischi, da entrambe le parti, di perdere di vista molte caratteristiche del progetto originario.
Quale sarà il destino del Pd? Difficile da prevedere. Ma se l’ipotesi della separazione avrà successo i rischi saranno altissimi. Invece di sfidarsi (con regole chiare e condivise dall’inizio) per il controllo del partito, che si presenta poi alle elezioni con un leader legittimato, Renzi e la sinistra interna credono di aver trovato un uovo di Colombo: ciascuno si prende la sua parte, chi la candidatura a premier, chi il partito. Ciascuno, ovviamente, pensa di essersi accaparrato la parte migliore. E di poter controllare e condizionare l’altro. Chi considera il partito inutile e lo vuole debole, lavora per la candidatura. Chi invece guarda al governo come una propaggine del partito, cerca di fare, appunto, il leader del partito. Saranno guai seri. Buona fortuna a tutti, dunque.
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