Il mito rifondativo del Pd

Enrico Letta ha fatto la sua prima ospitata da premier in un salotto televisivo. E ha scelto Fazio e non Vespa: magari in cerca di un po’ di “effetto novità”, chissà.

E’ sembrata una buona performance, quella del nuovo Presidente del Consiglio, che ha strappato un grosso applauso quando ha promesso di non fare tagli su istruzione e cultura, pena le sue stesse dimissioni.

Letta ha poi detto qualcosa anche sul suo partito: “il Pd ha bisogno di un congresso fondativo”.

Chi ha buona memoria, ricorderà che Bersani, nel 2009, a proposito del congresso che fu da lui poi vinto, disse esattamente la stessa cosa. E il Pd esisteva a tutti gli effetti già da due anni.

Quindi è facile capire che, di solito, tra i dem si usa il termine “fondativo” per esprimere la propria non condivisione di quello che è  stato fatto in passato. A Bersani, però, non è andata benissimo.

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Premier e leader: la separazione che farà male

Pare che nel centrosinistra sia diventata improvvisamente di moda la separazione delle carriere: di premier e segretario del partito. Il primo a parlarne era stato Fabrizio Barca, qualche settimana fa. Poi, dopo la formazione del governo di coalizione col Pdl, nel Partito Democratico questa idea (non certo all’avanguardia) sembra diventata una sorta di quadratura del cerchio. Pare proprio che il prossimo 11 maggio, quando l’Assemblea del Pd dovrà nominare il sostituto temporaneo di Bersani, sarà modificato lo statuto del Pd delle origini (quello veltroniano), che prevedeva la coincidenza tra le figure di segretario e candidato premier.

Il Pd era già dovuto ricorrere a una delega dello statuto: altrimenti Renzi non avrebbe potuto candidarsi alle primarie, e Bersani sarebbe stato nominato automaticamente candidato premier. Ora la deroga sta per diventare, così sembra, una nuova regola.

La sinistra interna del Pd è entusiasta: sta per nominare un suo esponente alla guida del partito, per riequilibrare la presenza di Letta. In una logica che ancora non riesce a superare l’ormai vetusta divisione tra ex Dc ed ex Pci. Con un segretario che non dovrà fare il candidato premier, qualcuno chiede anche l’abolizione delle primarie: dovranno essere solo gli iscritti a scegliere il leader del partito. Sembra evidente quindi che diversi esponenti del Pd vedono in questa possibilità il coronamento del sogno di “chiusura del recinto”. Tornare a un partito identitario, per pochi, come si usava diversi anni fa.

Anche Renzi è interessato alla soluzione. Di fare il segretario non ha nessuna voglia, ha ripetuto in questi giorni. E il partito non gli interessa. La sinistra interna vede invece la possibilità di prendere saldamente il controllo proprio del partito. Il governo, nella scala delle priorità, per loro viene dopo. Molto dopo. E questo si può dire che si era ampiamente intuito.

Andrà probabilmente così, quindi. E oggi solo poche voci, ormai quasi inascoltate (Veltroni, Tonini) hanno detto che è un gigantesco errore. Hanno ragione.

Perché sia Renzi che i suoi avversari interni non hanno capito nulla.

Ciascuno preso dalle sue priorità e dai propri interessi di bottega, (fare il candidato premier, ridisegnare un partito a propria immagine e somiglianza) stanno stravolgendo un progetto politico, il Pd, che era stato l’unica novità della politica italiana degli ultimi anni. Solo che la fine precipitosa proprio di Veltroni, e l’avvento dei restauratori (Bersani) ne hanno subito tarpato il potenziale. Il confronto Renzi-Bersani sembra roba di un secolo fa. Eppure già si intravedevano i rischi, da entrambe le parti, di perdere di vista molte caratteristiche del progetto originario.

Quale sarà il destino del Pd? Difficile da prevedere. Ma se l’ipotesi della separazione avrà successo i rischi saranno altissimi. Invece di sfidarsi (con regole chiare e condivise dall’inizio) per il controllo del partito, che si presenta poi alle elezioni con un leader legittimato, Renzi e la sinistra interna credono di aver trovato un uovo di Colombo: ciascuno si prende la sua parte, chi la candidatura a premier, chi il partito. Ciascuno, ovviamente, pensa di essersi accaparrato la parte migliore. E di poter controllare e condizionare l’altro. Chi considera il partito inutile e lo vuole debole, lavora per la candidatura. Chi invece guarda al governo come una propaggine del partito, cerca di fare, appunto, il leader del partito. Saranno guai seri. Buona fortuna a tutti, dunque.

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Il passato che (non) ritornerà

Alla fine, gira e rigira, è sempre una questione di conti col passato. C’è chi il passato lo venera, spesso acriticamente, e dalle parti di questo blog se ne è discusso spesso. C’è poi chi ha paura di rimanere incatenato al passato, senza potersene liberare. E magari va a finire che ha ragione, tipo profezia che si autoavvera. Ci ho pensato in questi giorni, vedendo le reazioni preoccupate ed indignate di fronte alla probabile candidatura di un ex Presidente del Consiglio, leader di un partito in via di disfacimento. 

C’era davvero di che aver paura? Certo, vedendo la reazione dei mercati, il ritorno ha già avuto le sue conseguenze negative. Ma in fondo anche quelle sono state reazioni da panico. 

In realtà, anche se a molti forse piace pensare il contrario, non c’è niente di cui aver paura. Quello che è successo nel novembre del 2011 non si cancella. Non si può tornare indietro. Berlusconi, chiamiamolo finalmente per nome, è un politico finito, bruciato. Col marchio del fallimento cucito addosso. E del fallimento economico, per giunta. Il massimo della vergogna pensando a come il suo mito efficientista e imprenditoriale era stato costruito. Con una eredità simile, tutto quello che verrà (se verrà) ora sarà helzapoppin. Cabaret. Che farà notizia e rumore, come purtroppo abbiamo imparato in questi lunghi anni. Ci saranno, puntuali, ogni giorno, i titoloni dei giornali a fornire collaborazione gratuita. Ma non basterà. Siamo già andati tutti oltre, e basta fermarsi un attimo a pensarci per capirlo. Il futuro è iniziato tredici mesi fa. Tra alti e bassi, abbiamo tutti l’occasione di continuare a costruirlo. In modi diversi, ciascuno con idee diverse. Ma siamo già altrove. Pensateci. Abbiamo tanti problemi da risolvere. Ma fermatevi un attimo, e ricordate (se potete) la situazione di, boh, undici anni fa. Non vi sentite già meglio? Io sì.  

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Lo scontro Pd-Grillo e la politica che si parla addosso

Finito agosto, di solito, torna la politica. Se il nostro fosse un paese diverso, ci si dovrebbe preparare al ritorno del confronto tra diverse visioni di società. Idee, dati, cifre, per una lunga volata verso una campagna elettorale fatta di proposte per il futuro e di leader capaci di aggregare il consenso su di esse. È invece molto probabile che agli elettori italiani nel futuro ormai prossimo non sarà concesso nulla, o quasi, di tutto questo. Basta prendere ad esempio lo scadimento del dibattito politico degli ultimi giorni, e soprattutto le polemiche tra Bersani e Grillo. Innescate da una dichiarazione del Segretario Pd sui “modi fascisti” di un certo attivismo politico sul web, con chiaro riferimento a grillini e dipietristi, che ha scatenato le furiose reazioni dei chiamati in causa. In realtà la situazione è stata peggiorata abbastanza dalla semplificazione dei titolisti di diverse testate giornalistiche, che hanno trasformato (volutamente?) la frase di Bersani in un generico (e piuttosto improbabile) attacco ai “fascisti del web”. Resta il fatto che per una frase, forse non proprio necessaria, per diversi giorni l’attenzione di commentatori, blogger, e, ovviamente, degli stessi protagonisti politici (impegnati in una sconfortante escalation di accuse reciproche) è rimasta bloccata su una vicenda davvero poco rilevante.

In molti si sono dedicati gioiosamente alla “corsa a dividersi sul nulla”: chi ha bacchettato Bersani per l’atteggiamento arrogante nei confronti del “mondo del web”, chi ne ha lodato il coraggio nel prendere una posizione forte e decisa contro il populismo. Qualcuno ha invece criticato Bersani dalla sponda opposta: sostenendo che proprio questa fiera (e un po’ manichea) divisione tra ciò che è populista e ciò che non lo è andrebbe rimpiazzata da un atteggiamento più “seduttivo” nei confronti degli elettori grillini.

Dov’è la verità? Forse né da una parte né dall’altra.

continua a leggere su iMille

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Il doppio fallimento di Tronti

È un’epoca strana, questa, per la sinistra italiana, e lo si capisce anche osservandone alcuni protagonisti. È emblematico, ad esempio, che Mario Tronti, ideologo di decenni di lotte operaiste molto massimaliste, sia diventato un punto di riferimento importantissimo per questa attuale Segreteria del Pd.

E proprio sul giornale naturalmente vicino a Bersani e ai suoi, l’Unità, Tronti in questi giorni ha gettato le basi di un manifesto ideologico che non mancherà di influenzare le azioni di questa dirigenza democratica. Si tratta di un’idea finora esplicitata solo da pochi temerari, ma che si sta già facendo strada nell’opinione pubblica di sinistra: sostiene Tronti che sia giunta l’ora delle riunificazione della sinistra italiana, da lui descritta come divisa, nel post 1989, in due anime. Una riformista, di governo, ma totalmente succube nei confronti del liberismo (babau ideologico di una certa new wave di dirigenti dem) e l’altra, radicale, rifugiata in inutili battaglie di testimonianza. Questa lettura ideologica è stata subito salutata con entusiasmo da Nichi Vendola, così come dal direttore dell’Unità, Claudio Sardo.

Ci sono diverse ragioni per cui, invece, chi ha a cuore il destino del Partito Democratico dovrebbe accogliere questa visione con un sano scetticismo.

continua sull’ultimo numero di qdR magazine, uscito ieri (link qui

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Fassina conferma la linea di What is Left

Non penso che Fassina legga questo blogghettino (se dovesse capitare, probabilmente lo troverebbe particolarmente bbrutto ), sta di fatto che con la sua intervista al Messaggero di oggi, il Responsabile economico del Pd ha confermato al cento per cento ciò che avevo scritto qui su Bersani e il suo modo di affrontare la questione delle primarie. Così scrivevo:

la sensazione è che sia stata scelta una via di mezzo, cioè aprire, sì,  le primarie ad altri (Renzi in primis) ma solo dopo aver potuto raggiungere un certo vantaggio organizzativo nella competizione. E, probabilmente, dopo aver chiuso molte partite in termini di alleanze. La sfida per il potere è spesso un gioco duro e una faccenda in cui si sferrano spesso molti colpi bassi. Di solito, però, tutto questo avviene nel contesto di una competizione le cui regole sono certe, eque, e soprattutto definite in tempo utile, per tutti.

Così invece Fassina sul Messaggero, rispondendo ad una domanda sulla prossima Assemblea Pd, sabato prossimo:

Il Segretario parlerà al paese, più che al ceto politico, comincerà a delineare la carta d’intenti per la sua candidatura a Palazzo Chigi.

Il che, intendiamoci, è assolutamente normale, anzi bene fa Bersani ad affrettarsi a spiegare per quale idea di Paese vuole candidarsi. Solo che, piccolo problema, si era parlato di primarie aperte, nessuno ha mai escluso la possibilità per altri candidati Pd di partecipare. Allora cosa si aspetta a fissare regole certe, dando modo a tutti di scrivere da ora le proprie “carte d’intenti”, non solo a Bersani? Forse che l’Assemblea Nazionale è al servizio esclusivo del Segretario? O magari non si è ancora deciso di aprirle davvero a tutti, queste benedette primarie?

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Puglia, cercasi riformismo

Qualcosa si muove in Puglia, dopo la crisi della Primavera Pugliese e l’appannamento delle leadership carismatiche di Vendola e Emiliano. Meglio: dopo una presa di coscienza collettiva sull’impossibilità di affidare il futuro del centrosinistra regionale ad una riproposizione dello schema dell’uomo solo al comando utilizzato per i successi elettorali arrivati dal 2004 in poi. Si muovono i partiti, che questa volta non intendono essere messi in disparte, resi superflui da personalità carismatiche intenzionate a cercare il rapporto diretto con gli elettori senza nessuna mediazione. E si muovono anche i leader, che non accettano il “cambio di paradigma” e anzi cercano nuove formule per aggregare il consenso intorno a loro. Senza passare dai partiti, ovviamente. Che però stavolta non si danno per vinti: nei giorni scorsi sono iniziate le consultazioni per gli Stati Generali del centrosinistra pugliese, c’è già una bozza e c’è un primo appuntamento, il prossimo 12 luglio, nella sede del Pd regionale. E i leader? Con un Vendola ormai quasi a fine mandato e proiettato sullo scenario nazionale, anche se ultimamente in netta difficoltà (che ne è stato della sua partecipazione alle primarie, sbandierata per due anni e ora prudentemente parcheggiata?) rimane il solo Emiliano. Che proprio oggi inizia un ennesimo percorso per “andare oltre i partiti”, con una convention delle liste civiche pugliesi. Da segnalare l’assenza del Presidente della Provincia di Bari, Schittulli, (e del suo mini partito personale), dopo un’azione di corteggiamento che invece sembrava destinata a buon fine. E’ evidente che questi due appuntamenti (gli Stati Generali e il percorso di Emiliano) sono in concorrenza tra loro e culturalmente agli antipodi. Basta leggere l’incipit della bozza introduttiva degli Stati Generali:

Siamo in mezzo al guado. La politica neoliberista egemone da oltre un trentennio vacilla sotto i colpi della crisi economica e sociale. La sua versione carnevalesca, sperimentata in Italia, esce a pezzi dall’ultimo test elettorale amministrativo e da tutti i sondaggi. Tuttavia, appare evidente che la piazza lasciata vacante da questa idea di mondo non è ancora stata occupata da una visione alternativa, altrettanto solida. “Il vecchio non può più, il nuovo non può ancora”. Le forze del centrosinistra trattengono, al meglio, il proprio elettorato ma non sfondano nel profondo del paese.

Siamo lontani, molto lontani, dal tentativo del Sindaco di Bari di andare oltre gli steccati ideologici, mettendo insieme sinistra, centro e destra (senza rinunciare a dosi di antagonismo in chiave un po’ populista). I partiti del centrosinistra pugliese partono da una chiara lettura ideologica, molto a sinistra: la condanna ferma del “neoliberismo” e l’esigenza di gettare le basi di una cultura politica davvero alternativa. C’è un’intenzione sicuramente apprezzabile di tornare a declinare la politica come “noi” e non come “io”, c’è la volontà di gettare un ponte tra partiti e società civile ma la sensazione è che i partiti siano appesantiti da una notevole zavorra ideologica. Che certo non li avvantaggia nella ricerca di un percorso alternativo alternativo al leaderismo, vista la facilità con cui le personalità carismatiche si rivolgono agli elettori “moderati” e ai ceti produttivi (fin troppa facilità, a volte, nel secondo caso). Quanto è credibile, nel Sud arretrato ed ammalato di clientelismo, una coalizione che parte dalla condanna del bieco neoliberismo? Non farebbe sorridere una proposta del genere se arrivasse nella Sicilia di Lombardo? Forse che la Puglia è distante anni luce da quelle realtà? Personalmente credo di no. Ma probabilmente qualcuno risponderebbe addebitando al liberismo anche le nostre penose condizioni attuali.

E’ evidente che tra questi due estremi c’è spazio per proposte alternative. Del percorso del centrosinistra pugliese va preso il buono, cioè la volontà di tornare a forme davvero democratiche di costruzione politica. E’ chiaro però che i partiti non vanno lontano, quando scelgono la nostalgia ideologica penalizzando il pragmatismo. Una proposta riformista, declinata all’interno dei partiti, potrebbe far fare alla Puglia quel salto in avanti definitivo che tutti auspicano. Cercare di immaginare una Puglia moderna, che sceglie lo sviluppo senza  paure, (anche se senza dimenticare la sostenibilità) e lo sceglie proprio perché nella nostra regione molte fasce di popolazione soffrono ancora la povertà  sarebbe anche un modo per togliere spazio alle avventure di puro leaderismo. I partiti sono il mezzo, non sono il fine. E se non “sfondano nel paese” (così come si ammette nella nota), vuol dire che stanno sbagliando qualcosa. Forse è la nostalgia che spesso li rende asfittici. Avanti con le proposte riformiste, quindi: le personalità non mancherebbero, il coraggio forse a volte sì. Si è ancora in tempo per evitare di finire in braccio a leadership incontrastabili, così come per non rifugiarsi in una stanca riproposizione della coalizione che ha sostenuto Vendola, partiti comunisti compresi.

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